Home

Società e cultura

Godete! della cultura autoritaria!

Può il linguaggio promuovere l'accettazione dell'autoritarismo?

dittatura e forme verbali, godete!

"Godete!" è il titolo di un libro (autrice Alessandra Di Pietro) che mi è capitato di commentare tempo fa in un blog in cui lo si descriveva in modo enfatico come positiva promozione al libero e gaudioso esercizio del sesso. Del libro, mi ha subito colpita la forma verbale usata nel titolo (imperativo) che mi ha ricordato un altro libro (autrice Costanza Miriano), pubblicato qualche mese prima, completamente opposto per il messaggio, ma identico nella forma verbale del titolo "Sposati e sii sottomessa!", ancora imperativo!

Entrambi i titoli si esprimono con l'imperativo, il verbo del comando, questa ricorrenza è interessante e credo non sia da sottovalutare. Come sanno gli esperti linguisti, il linguaggio non è solo effetto di mutamenti socioculturali, ma ne è anche causa. Il linguaggio e uno strumento che condiziona le menti e la società.

Allora è lecito, e direi anche doveroso, porsi l'interrogativo:

  • L'uso dell'imperativo può essere interpretato come segnale e manifestazione di una deriva culturale autoritaria?

Entrambi i libri fanno apprezzare l'imperativo al loro target, alla loro nicchia, di lettori. Entrambi i libri ordinano, impongono la loro visione, a mio parere, educano all'accettazione dell'autoritarismo che deriva dal titolo. Un commento al post sul libro "Godete!" diceva infatti: "Godete! evviva, è l’imperativo più bello da seguire, grazie del consiglio! ...".

Ma cosa c'è di bello nell'eseguire un imperativo? L'imperativo non è mai bello da seguire, a meno che non piacciano le dittature e i pensieri unici. L'imperativo è il verbo della dittatura, degli ordini, dell'impossibilità di esprimere desideri e azioni diversi da quelli prestabiliti. Allora, vista la ricorrenza in due libri di donne, mi chiedevo se ci fosse in giro un qualche virus “dicktatorio” che si stesse propagando nel linguaggio usato dalle donne, e che si manifestasse nei titoli dei libri.

L’utilizzo del linguaggio imperativo non dovrebbe essere sottovalutato, anche perché l’abitudine all’imperativo crea un contesto culturale adatto perché la società accetti passivamente i dicktat e si lasci trascinare da qualche psicopatico (o gruppo di psicopatici) come mostrano tutte le forme di governo autoritario del passato.

Non prendetemi per esagerata, il condizionamente esiste, Roman Jakobson (linguista e semiologo) la chiama funzione conativa (da wikipedia):

… essa avviene quando tramite un atto di comunicazione l’emittente cerca di influenzare il ricevente, come per esempio in un ordine (esempio: “Va’ da lei!”) o nei casi linguistici del vocativo e dell’imperativo.

 

Non caso vuole che l'imperativo sia anche un linguaggio di programmazione (programmazione imperativa) utilizzato in informatica per programmare i comportamenti delle macchine.

5
 
 


Commenti

scrivi commento
 

 

 

 

Invia nuovo commento

Your first name. N.B. Se sei una persona lascia il codice intatto.

Opzionale - se vuoi ricevere le notifiche delle risposte inserisci un indirizzo email valido e seleziona le opzioni di ricezione che trovi sotto il commento. N.B. l'indirizzo email è sempre privato e non verrà mostrato pubblicamente.

CAPTCHA
Questa domanda serve per verificare che non sei uno spam-bot. Non c'è distinzione tra maiuscole e minuscole.
Image CAPTCHA
Enter the characters shown in the image.

Segnala questa pagina

Vota questa pagina

5