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'Il mio film per tutte le donne del mondo'

"...un film che parla di come si possa cambiare e decidere di essere qualcos’altro. Della fatica che costa intraprendere questo percorso..."

Claudia Llosa

Il film “The milk of sorrow” vince l'Orso d'oro al Festival del cinema di Berlino. Un lungometraggio peruviano che parla di donne. La regista, Claudia Llosa, ha 32 anni e dice questo del suo film (domande e risposte estratte da l'unità)

"Ho dedicato il premio a tutte le donne del mondo invitandole a superare la vergogna, a non custodire gelosamente le sensazioni dolorose. "E’ un film che parla di come si possa cambiare e decidere di essere qualcos’altro. Della fatica che costa intraprendere questo percorso, dell’incomprensione da cui spesso si è circondati, dell’indifferenza con cui bisogna fare i conti. Mi interessava parlare degli anni del terrorismo, degli orrori senza soluzione di continuità e delle ferite che avevano lasciato nel paese. Ragionare sulla memoria in profondità, sugli avvenimenti, di un presente che si relaziona faticosamente col passato o lo ignora del tutto, mi appassiona più di ogni altra cosa. Anche se sono nata nel 1976, o forse, soprattutto per quello".

Perché?
"Perché è offensivo credere di poter sotterrare la memoria delle vittime sotto un cumulo di silenzio. Bisogna recuperare le storie personali, l’identità smarrita di tutta una generazione. E’ un passaggio obbligato che al tempo stesso non può essere un freno a vivere, a respirare, a provare a essere migliori".  

La madre della sua protagonista, Fausta, venne violentata quando era in cinta. Una violazione che, quasi per osmosi, accompagna la figlia lungo tutta l’adolescenza. Per proteggersi, giunge a infilarsi una patata nella vagina. L’estrema difesa da un nemico di cui si riesce a percepire il fiato.  

"Nella nostra tradizione si dice che dopo uno choc simile, l’anima scappi dal corpo e si infili nella terra. Esistono una serie di metodi perché l’anima ritorni nel suo alveo e nella persona si manifesti nuovamente un sentimento di tranquillità. Nel caso della madre incinta, al momento di subire violenza, la scissione è duplice e l’anima fugge sia dal corpo che dal feto. Tra le tante ferite che un trauma del genere ti lascia, c’è anche quella volere cancellare il dolore, il tentativo di metterlo sotto il tappeto. Eliminarlo. Per sempre. Piuttosto che elaborare il lutto, molte persone hanno preferito non parlarne e far finta che non ci fosse stato. E’ stato un riflesso diffuso e contagioso. Dovuto all’isolamento. Nessuno volava avere relazioni con la vittima. Invece di essere consolata o abbracciata, veniva espulsa dal contesto sociale. Descrivere questa paura, codificarla e trasmetterla agli attori, è stata la parte più ardua del lavoro".  

Per superare il disgusto, la paura degli uomini, il terrore fisico della presenza maschile, Fausta attraversa un profondo travaglio.  

"La paura di cui parla il film è qualcosa di atavico. E’ il tatuaggio della guerra. Non coglie di sorpresa ma scorre silenziosamente dentro, un malessere nascosto che non spieghi fino in fondo ma ti domina. Quel disagio non ammetteva analisi superficiali. Il terrore della protagonista andava trattato con una cura differente. Provando a affrontare la ferita per iniziare a sanarla. Un viaggio dalla paura alla libertà. La ricerca di una rinascita. Non ho fatto un’opera di denuncia ma un di comprensione, riconcializione e perdono".  

Perché l’urgenza di raccontare una storia così difficile?  

"Non ho mai pensato che il regista possa insegnare al pubblico qualcosa ma che ci è concesso il raro privilegio di accompagnarlo alla scoperta di una storia poco conosciuta. Questa lo era. Mi interessa un cinema che non abbia paura di prendere posizione, un’arte che proponga domande precise, senza pretendere risposte certe".  

“The milk of sorrow” non tace sulle sperequazioni sociali. Sulla grottesca coesistenza di sacche di ostentata ricchezza e inaccettabili povertà.  

"Nel disegnare la realtà, ho cercato di non cadere negli stereotipi. Quel mondo grigio, senza luce e fantasia che vedo spesso dipinto nella descrizione di chi vive senza denaro. In quell’ambito pulsa qualcosa di più vitale della semplice aspirazione a sopravvivere. Desideravo tirare fuori l’invenzione e la creatività di un universo complesso. Mi hanno aiutata metafore e allegorie. Le ho utilizzate come omaggio alle radici. Non c’è presente senza ricordare chi si è stati. E’ un elemento che ha a che fare anche con l’inconscio. Madre e figlia, nel film trovano il loro punto di incontro nel canto. Solo quando cantano, le cose possono ripartire, muoversi, diventare altro. Si parte dall’amore per se stessi".  

Le donne non hanno protezioni. Piangono. Soccombono. Urlano senza essere ascoltate.  

"Le donne sono dei bersagli. Non a caso nelle guerre, a partire da Gaza, muoiono a centinaia. Sono dei simboli potentissimi. Da colpire. Ancor di più se sono in cinta. Vederle eliminate mina l’autostima di un popolo, fiacca la resistenza, ammazza la voglia di reagire. Il potere. La parola. La politica. Doni che bisogna saper usare. Armi con le quali puoi migliorare la vita delle persone e fare male. Quanto neanche si riesce ad immaginare".  

A che punto è la notte del pianeta femminile?  

  "Per un’effettiva parità tra donna e uomo si è fatto molto in questi anni ma molto manca ancora per costruire qualcosa di più equo. Nella vita di tutti i giorni, alle donne manca spazio. Lo chiediamo ma non lo otteniamo. Quando viene concesso ha il sapore della trovata pubblicitaria. In tutti i campi, senza esclusioni. Berlino è stata un'eccezione ma tra i film prodotti in tutto il mondo,  solo il sette per cento viene affidato a una regista donna".  

Come non chiudersi nella paura?
Credo fermamente nel dialogo tra diversi. Mescolarsi, conoscersi, scambiarsi punti di vista su ciò che osserviamo è un arricchimento straordinario. Una delle poche cose di cui non si può fare a meno. Chiudersi è un’illusione, una dimostrazione di debolezza. Una sconfitta." 



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